
Ho conosciuto Beppe La Bruna quando all’Accademia di Ravenna , agli inizi degli anni settanta, avevamo stabilito un consorzio tra insegnanti ed allievi, fuori dai canoni frusti della scuola d’arte.
C’era non soltanto l’apprendimento del mestiere, ma un pensare insieme alle cose della vita e al loro rispecchiamento nell’operare degli artisti.
Beppe La Bruna, insieme a Floriano Fabbri, partecipava al flusso delle nuove idee che muovevano i giovani più sensibili e la prima di esse era la coscienza in progresso della drammaticità della epoca inquieta, turbata che ci toccava vivere.
Tendeva perciò spontaneamente ad una cultura artistica più vicina al ripensamento dei classici che agli spunti di una moda quasi giornaliera, rapidamente consumata da un’alba a un crepuscolo, che attrasse perdendoli molti altri allievi di quei tempi.
A vederlo, con il suo fare dolce, astratto come quello di un poeta, La Bruna poteva apparire come uno di quei giovani che, di fronte al temporale, rincasano in attesa di tempi migliori.
Rincasare per Beppe La Bruna voleva dire ritornare alla sua Sicilia, a Monreale, cittadina dov’è piacevole vivere e indulgente ai ritiri, che sarebbero invece impossibili in uno dei grandi centri come Milano.
La Bruna ritornò normalmente a Monreale, ma non per ritirarsi.
Anzi, ben cosciente dei pericoli che incombono sul giovane che vive in Provincia, quando è abbandonato al solo esercizio sconfortato dell’arte, La Bruna ha consumato le sue giornate in un difficile mestiere artigianale, di quelli che purtroppo sono quasi scomparsi, il restauro dei mobili e delle opere d’arte e artigianato in legno, in stucco, in materie preziose e friabili.
Questa attività ha giovato alla sua scultura creativa, non soltanto perché ha migliorato il suo mestiere d’artista, ma perché gli ha permesso di essere più libero nella creazione, libero soprattutto di esprimere con la sua arte non il falso ed evasivo ottimismo di chi fugge dai problemi dei contenuti, ma l’eco del danno e spesso della vergogna che dura nella sua Isola (e non solo in essa) e di cui non si intravede la prossima scomparsa.
Dobbiamo perciò ritenere che nella scultura di La Bruna si concentri l’allegoria della situazione presente, in modo aperto, diretto? Gli atteggiamenti, lo snodo delle esili figure di La Bruna possono anche essere letti in chiave di allegoria.
Il ripetersi di movimenti di danza e ginnastica dei guizzanti nudi sembrano l’affermazione della perdurante presenza della figura umana contro la cancellazione delle forme che il tempo discioglie distruggendo l’azione degli uomini e minando il loro stesso esercizio del pensiero.
Come uno scultore classico La Bruna rifiuta gli scheggiamenti, le infrazioni, le polverizzazioni meccaniche di troppa scultura contemporanea e, con queste sculture, intona un inno alla vita minacciata ma sostanzialmente vincente.
Ritrovo questi contenuti in un gruppo di poesie inedite che La Bruna mi ha fatto leggere.
Una è intitolata alla speranza, un altro è un dialogo col tempo (<< Lasciami, tempo, lasciami il tempo di vivere>>), poi ancora uno scritto sugli <<sprazzi di luce che il destino mi concede>>.
In quest’ultimo c’è una professione di fede nella forza vitale dell’arte, alla quale l’uomo chiede la forza di vivere: << Ritrovare l’uomo e la sua dimensione, questo il primo obbiettivo: l’arte – che è vita, luce, sensazione – in una società che non ha il tempo di vedere, sentire, parlare anche se vede sente parla…testimonia, ci ricorda e ci ammonisce che ci sono ancora gli occhi, le orecchie, la bocca…>>.
Non esito a dire (e sarebbe sciocco far questioni di livello, addirittura ridicolo) che Beppe La Bruna più che confrontarsi con la cultura contemporanea, pensa a temi michelangioleschi.
Sa per esempio che, dopo tutto l’annientamento della figura umana compiuto dall’arte moderna, la scultura deve procedere a una nuova creazione dell’uomo anche come immagine.
La figura umana è più facile se affrontata nel volto, dati gli approfondimenti della psicologia moderna ( le <<teste>> qui esposte sono infatti le più soddisfacenti ), ma bisogna ricrearle anche come corpo, come movimento, come guizzo primordiale di vita.
L’<<ordine>>, quello che al tempo di Michelangelo si pensava partorito da Dio, e che oggi vediamo sconvolto, verrà con la forza della ricerca, una ricerca che non ha per meta il vuoto (come oggi) bensì quella razionalità che impedisce l’ingiustizia, la persecuzione, la sopraffazione, la guerra.
Non si dica che sono temi troppo alti.
Un artista che pensa, se li pone, nelle condizioni di una espressività molto compromessa, che induce per fortuna molti giovani a riprendere il discorso dove i Grandi lo hanno lasciato.
di Raffaele De Grada
Milano 1981
Profilo di un Artista Siciliano