Appartengono alla terra e aspirano al cielo, le sculture di Giuseppe La Bruna.
Vivono, nella luce che le rivela, la loro estrema stagione di reliquie corporali, etrusche ombre cangianti della sera.
Paiono nate per ergersi sui crinali delle colline, certo a dominare le praterie sconfinate, prigioniere della loro maestà totemica, ma potrebbero egualmente librarsi nell’aria, lievi come aquiloni. La loro pelle ha l’asperità delle rocce erose dagli elementi, pagine del libro geologico che reca nella fitta tessitura dei segni graffitati, delle abrasioni, delle impronte fossili, l’arcana scrittura del tempo.
Tuttavia sono agite dal vento, il quale le investe e le attraversa, gonfiandole a mo’ di vele pronte a salpare.
Ricordano le polene – ma dallo sguardo cieco affissato sull’infinito – i corpi muliebri che La Bruna modella con speciale sensibilità ai valori materici della superficie, quasi epidermide reattiva a ogni stimolazione.
Sembrano statue corrose e sfrangiate da un’usura plurimillenaria. Per lento, progressivo assottigliamento della massa plastica, hanno assunto consistenza di foglie accartocciate, di cortecce frantumate, di involucri lacerati.
La loro dichiarata fragilità non impedisce, tuttavia, di indovinare la struttura sottesa alla labilità della forma plastica, di percepirne la portata che avverti monumentale.
In effetti La Bruna ha una visione della forma ampia e solenne, molto evocativa, per quanto l’organismo scultoreo si lasci invadere dallo spazio e i volumi chiusi e tettonici si permutino in volute lamellari che docilmente modulano l’anatomia e dispiegano le vesti morbide delle figure.
Si coglie in queste opere la spiccata propensione dell’artista ad aprire la scultura allo spazio, a qualificarla come luogo da percorrere fisicamente.
Egli fa in modo che lo spazio irrompa nel corpo plastico e che contribuisca a plasmarlo secondo il suo capriccio (beninteso formalmente guidato), determinando il profilo e l’estensione dei vuoti e dei pieni, delle superfici concave e di quelle convesse.
Inoltre lo assume, lo spazio, come interlocutore esterno; entità concreta con cui instaura un colloquio affabulante, nutrito di contenuti intimi non mai riducibili alla cronaca personale e quotidiana, anzi di indefinita suscitazione memoriale e lirica.
Non a caso, sono molte le opere in cui l’incontro tra la figura e l’ambiente – e per esso magari una palma solitaria o una stele – compongono situazioni che fanno scattare meccanismi evocativi.
Tanto più quando la scultura è connotata in termini archeologici e paleografici, e alluda alle opere nelle quali La Bruna utilizza pietre vulcaniche o di altra natura mineralogica, scegliendone ad arte frammenti dalle superfici incise che sembrano arcane tavole sapienziali, vergate d’una scrittura ieratica nella quale è intuibile, in definitiva, la storia del mondo.
Poste in rapporto a queste presenze totemiche, a queste macchine della memoria geologica nelle quali si condensano anche gli archetipi della cultura, le figure in bronzo divengono parte di un paesaggio spoglio e prosciugato, ossia severo e quasi sospeso: propriamente un tempio, ove dimorano gli dei che da tempo immemorabile presiedono i luoghi e i cui simulacri hanno aspetto antropomorfo.
Per tale intrinseca vocazione a tradurre la scultura in ribalta di accadimenti, bisogna convenire che le potenzialità di suggestione del linguaggio di La Bruna si esprimerebbero in modo adeguato e con compiutezza negli allestimenti a scala scenografica.
Sul piano del coinvolgimento che direi drammaturgico, le opere di piccolo e medio formato paiono quasi bozzetti, idee da sviluppare nella dimensione confacente alle loro potenzialità strutturali e al respiro poetico del tema metafisico.
Peraltro, le opere di piccolo formato trovano una compensazione che rende godibile, e anche ricca di suggestione la partitura, nelle qualità formali di un modellato alquanto aereo e molto reattivo alla luce. La Bruna sa toccare con leggerezza la materia e imprimervi segni lievi cui affida la delicata trascrizione dei più sommessi moti dell’animo.
Altro elemento distintivo sul piano formale, è l’agile eleganza delle figure.
Dico delle fanciulle astanti, le quali si accampano come menhir nella vastità del paesaggio; ma soprattutto di quelle che incedono come accennando un passo di danza, una carola in cui i movimenti si sciolgono e diventano fluidi, e la scena appare dominata da un fervore musicale che si direbbe orfico, e da un edonismo pagano perfettamente in clima con la comunione rinnovata tra uomo e natura, nel luogo dell’arte ove si eleva a verità la simulazione.
Come si vede, siamo nell’ambito di una cultura figurativa ancora intrisa di sensi mediterranei, ispirata a una simbologia di ampia comprensione, più che a specifici miti o leggende.
Non meravigliano tali sopravvivenze.
La Bruna non è Siciliano solo per ragioni anagrafiche.
Intendo dire che l’eleganza fluente delle figure e l’animazione linearistica del corpo plastico, rivelano un retroterra ellenistico su cui si innestano suggestioni antiche e moderne, gotiche e impressioniste.
La contaminazione è condotta con stile e gusto sicuri, e in più con quella già ricordata vena fabulatoria che sposta il fuoco dello sguardo della contemplazione museale del passato al rispecchiamento, come metafora, nella sensibilità del presente.
Le sculture che abbiamo detto totemiche e ieratiche, ideate ad eseguire tra lo scorcio dello scorso e il presente anno, appaiono orientate in una direzione più squisitamente evocativa e mitografica che orfica.
La valutazione si basa, per ora, solo su piccole anticipazioni di piccolo formato, più che su un ciclo articolato e formalmente maturo.
Peraltro, da quel che si vede, mi sembra che il materiale proposto a questa mostra sia sufficiente a farci intendere l’idea centrale su cui si impernia la ricerca recente: ossia di un’accentuazione dell’idea della sacralità della scultura come luogo della memoria, recinto sacro in cui si perpetuano segni che travalicano i limiti spaziali e temporali delle culture e diventano testimonianze dell’uomo.
La Bruna ha pensato di utilizzare, per il suo discorso sul sentimento del tempo ritrovato, pietre di recupero dai depositi di rocce vulcaniche o tufacee o di altra natura, la cui struttura mineralogica e la cui forma acquisita per erosione o rotolamento o altre azioni chimiche e meccaniche, sia tale da costituire di per sé una scultura.
E’ direi meglio una stele, ché per tale la propone lo scultore assegnandole un ruolo sacrale di tavola della scrittura e dei simboli universali per quanto indecifrabili.
La scelta oculata del resto geologico da elevare sulla collina della conoscenza ermetica, è già un atto estetico e comunicativo fondamentale, poiché nella pietra incisa si depositano le voci del tempo, dei cui echi si riempiono le valli d’intorno, e che l’uomo saprà raccogliere non già per tentarne la decodificazione in chiaro, ad uso filologico, ma come messaggio di presenza e di continuità della cultura nel susseguirsi dei millenni.