Un silenzio immanente

 

 

Giuseppe La Bruna, scultore siciliano che vive tra Monreale e Carrara dove insegna all’Accademia di Belle Arti, lo incontro per la prima volta nel mese di gennaio di questo anno in casa di

Peppe Capasso a Scisciano.

La Bruna non è un novellino della materia plastica, anzi ne conosce con cognizione di causa i tragitti interni e le più segrete e inaccessibili scansioni.

Accade che il suo pensiero scultoreo, sia come compresso o racchiuso in due polarità linguistiche spesso operanti simultaneamente e, precisamente, tra il versante figurativo con forti accentuazioni surreali – metafisiche, e quello onirico mitologico, espressione forte della terrestrità della terra e grande madre.

Nell’infinito del suo essere La Bruna ci appare come dominato da un forte sentimento della totalità cosmica e naturalista.

 Una forza travolgente e primordiale da ricondurre, forse, alle origini del romanticismo tedesco, che esaltava le forze oscure e irrazionali dell’animo umano non disgiunte dalla passionalità del sentimento.

Questi elementi mi pare di scorgere più vivi e magmatici, in mezzo agli altri. La Bruna modella con perizia, con senso allusivo e metaforico dà corpo alle sue intuizioni, particolarmente quando accenna a corpi che giustapponendosi, evocano liricità e sentimento della natura.

Il lavoro da egli svolto nell’arco degli anni 94 e 95, appare inseguire questo immaginario, alimentato da forme concave e leggere, trasudando levità e musicalità, pur nell’impianto tal volta estraniante del dato metafisico.

Nei lavori del 96 e 97 mi pare che il suo interesse si concentri quasi essenzialmente verso un opzione linguistica intesa a recuperare un rapporto con la natura e con i suoi elementi (pietre, fossili, vari minerali) che egli aggrega in un bilanciato rapporto, che talvolta appare osmotico, con le fusioni di bronzo che assumono le sembianze di pagine di una scrittura millenaria, strappati all’oblio della memoria, come in “Monolito tempo-scrittura”, e “Riflessioni sul tempo”.

In queste opere domina un silenzio immanente.

Il dialogo degli elementi naturali che è avvenuto in un tempo metastorico, si ripete nelle opere di

La Bruna, che ripercorre il tempo delle origini fino all’incontro tra creatività della natura e spiritualità dell’umano.

Emblemi fortemente allusivi sono certi alberi ricurvi che La Bruna, forse memore di quanto affermava Cechov nel 1888 – “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici”- và  “modellando sotto la spinta del suo impeto creativo quasi esso fosse un gesto della natura di forza cosmica e ancestrale.  Ciò sembra avvalorare la particolare latitudine dello sguardo di

La Bruna, che concepisce il paesaggio nel suo essere indissociabile dal viaggio, figura questa pienamente inserita nella modernità” – e nello stesso tempo, con le fenomenologie del nomadismo contemporaneo che si decreta la sua stessa crisi.

Poiché la dilatazione e l’accorciarsi repentino degli orizzonti temporali, deformano e problematizzano anche la nozione stessa di paesaggio che diventa altro, misura dell’alterità nella soggettività della percezione.

Sappiamo che alla fine del Settecento il gran tour, celebre quello di Goethe – celebra molti luoghi mediterranei e pieni di rovine con l’euforia dei viaggiatori in cerca di “aurea”.

Molte incisioni del Piranesi documentano questa atmosfera, a volte anche oscura e misterica.

Questa voluta disgressione dal tema della ricerca di La Bruna non è casuale, essa serve a contestualizzare l’ampia problematica insita in un discorso che tocchi il paesaggio e la sua rappresentazione mentale, fortemente influenzata dalla latitudine dello sguardo che diventa viaggio, sembiante.

Questo a dire che nulla togliendo alla ricerca di La Bruna, che segue un suo viatico attraverso i momenti concettualizzati che ho indicato all’inizio, è bene ricordarsi, in un certo senso, che nessuna classicità è dunque riproponibile e la natura – come afferma M. Scotini “nella sua perfezione rivela un’inquietudine di cui si può solo prendere atto”.

di  Gaetano Romano

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