Plasticità e leggerezza

 

 

La scultura è sempre una sfida che l’artista lancia alle coordinate spaziali del proprio tempo, al fine di metterle alla prova di resistibilità e di vivacità.

Perché la scultura non si accontenta della virtualità della rappresentazione, ma vuole essere protagonista di un segmento dell’infinitezza, dandole nome e forma.

Giuseppe La Bruna vive questa situazione in una dimensione di ricchezza, di possibilità, di attualità, lavorando sia il marmo, che il legno, che il bronzo, in modo da tirarne fuori l’anima, anche a costo di affrontare le leggi della dinamica e della statica forzandole, con l’arditezza di una lamellarità che a volte rasenta la trasparenza, per minuziosità di trattamento a cui è sottoposta nelle varie fasi di lavorazione.

E’ questo un modo per entrare nel cuore storico della scultura, attualizzarlo con l’ardimentosa enigmaticità di una forma che è in continua ricerca d’equilibrio, pur portandoselo sempre dentro, come corredo interiore che deve solo essere messo in atto, ma non è cosa da poco o cosa che riesce a tutti.

Ricorrere alle supreme vette di Brancusi, Moore, Arp, Viani, così come all’atlantica potenza evocatrice di Arturo Martini, che porta in dote la sfida infinita dell’ultimo Michelangelo e la dilatata poeticità di Canova, serve a delineare una genealogia della discontinuità, che diventa fondante per l’originale identità di uno stile che viene da lontano, dalle molteplici inclinazioni della classicità e giunge fino a noi, alle soglie dell’uscita stessa dalla condizione stilistica.

E’ questa la condizione artistica dell’originalità, tesa alla continua ricerca del nuovo, dell’orizzonte futuro che non si è ancora presentato, oppure che si è presentato ma non è stato percepito, manifestandosi come spreco, dissipazione, dispersione.

In questo senso La Bruna si presenta come un artista di solida impostazione tecnica, capace di dominare i materiali, condurli agli esiti immaginati e tenacemente perseguiti, con sottigliezza di trattamento, capace di contenere in sé il massimo della vigoria e della dolcezza.

Nello scrivere questo ho in mente due fasi da me constatate personalmente, nel suo studio di Monreale, di una scultura lignea che continua ad espandersi, perdendo materia, spessore, acquistando in aerea volatilità, in dimensione spaziale.

Il tutto è ottenuto con un metodico lavoro di sottrazione, di scarnificazione, che s’intende come eliminazione della sordità, dell’insensibilità, che fa parte del corpus di ogni grezzo originario e via via si trasforma alchemicamente in preziosità plastica capace di acquistare calore, organicità, nell’alveo dei valori tattili, il cui senso esteso, rispetto alla definizione di Berenson, si presta alla qualità di quel filone della scultura che è ancora fatta con i materiali tradizionali, nel bel mezzo di tanta sperimentazione di materiali e forme che hanno avuto il testimone dalle avanguardie di un secolo fa.

Questo perché l’arte contemporanea si conferma un arcipelago di molteplicità di linguaggi e di tendenze, tutte in qualche modo in grado di rispondere allo spirito del tempo, che è fatto di tanti modi e di tante maniere. La Bruna non sta dalla parte della tradizione contro l’innovazione, ma neanche viceversa, vive pienamente lo spirito della cultura di crisi che è l’opposto dalla crisi della cultura, manifestandosi come un grande spirito di libertà, avvolgente forza di seduzione, spregiudicato anelito ad una diversità sottile dove la forza della qualità è paradossalmente più preziosa in quanto riduce l’assetto della quantità, ma la estende in quanto forza dell’immateriale, dello spirituale, del fantastico.

di  Francesco Gallo

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