Ritorna su se stessa l’armonia del mondo come quella della lira e dell’arco
Giuseppe La Bruna, che vive e lavora fra Carrara e Monreale, dove è nato, presenta nelle sale di Palazzo Patrizi, a Siena, una scelta di opere eseguite in questi ultimi due anni.
Sono immagini di bronzo, forme in divenire, delicate e tuttavia potenti, composte da piani frammentati e da superfici disuguali, spesse e a tratti sottili, che nella piccola e media dimensione mantengono l’impronta monumentale con cui sono state ideate e in quella misura possono venire tradotte.
La Bruna modella i volumi nella cera con curata sapienza di gesti, che rispecchia il suo essere cresciuto in un’antica famiglia di maestri ebanisti, dove alla perfezione rituale del mestiere erano stati adattati i tempi e il sapore del vivere.
Asseconda il progredire della forma immerso in appassionati percorsi interiori, che, mi racconta, attingono da memorie di una grecità vista nell’infanzia, e sognata fra i cespugli di asfodeli e le pietre assolate di teatri diruti che si aprono sul mare: così a Eraclea Minoa, dove è solito tornare, e sedere appartato, mentre lascia che riaffiorino quieti pensieri d’eterno poi trasfusi nei moti e nei ritmi delle sculture.
Nell’aspetto materico, che lascia scorgere rimandi alla scultura artistica degli anni cinquanta, si pensa alle strutture grumose di Umberto Milani e di Luigi Grosso, spunti di emozioni addensate sono subito ricondotte all’urgenza espressiva del tema che s’impone sulla ricerca della forma.
E se una prima lettura avvicina queste opere a idoli corrosi e ritagliati nel tempo, a sostarvi davanti, ci si apre ad altra materia simile ad energia originaria che componga e dissolva i volumi appena creati, tesi a rincorrere la propria struttura.
Si immaginano stagliate contro una linea tersa di orizzonte, palcoscenico ideale per il loro formarsi, vòlte a incontrare l’impeto dell’aria a comporre, così, un suono universo che nasce dal medesimo vuoto verso cui si proiettano.
In questi ultimi lavori, La Bruna conferma il suo costante indagare sui valori del tempo e del divenire: si interroga sul fluire della vita e il comporsi degli elementi, osserva i ritmi delle stagioni con i loro equilibri che ricongiungono gli individui al mondo,
Già nel 1982, “Le Sacre Du Printemps” affrontava il movimento della crescita e della rinascita all’immobilità minerale, dal cui contrasto sembra trarre origine: la pietra diventa una soglia, un passaggio che segna i due stati dell’esistenza.
Nel 1986 realizza “Dopo Chernobyl”: in essa la vita risorge da una dolorosa forza di opposizione che a stento si lascia alle spalle, e la spinta è un avviarsi forzato e incerto.
Questo suo interiore disporsi, riporta alla mente lo straordinario indagare di Eraclito, che nella discordanza fra il temporaneo e l’eterno indicò il prodursi dell’armonia, quale l’Uomo aspira a ricomporre in sé; ma per riconoscere l’essenza propria e del mondo, ricorda il Grande di Efeso, occorre seguire i princìpi di quanto è manifesto.
Vicino ad una simile consapevolezza, interpretata in senso attuale, La Bruna cerca e raccoglie pietre e sassi modellati dalla inarrestabile fantasia del tempo e degli elementi, su cui talvolta interviene e spesso ha usato come supporto funzionale e ontologico per gli agili bronzi.
Attraverso quelle impronte, secondo un’umanistica memoria considerate riflessi di traiettorie stellari, egli va riaccostando gli alfabeti di antichissime civiltà mediterranee e orientali, segni che conservano l’eco del legame d’origine con la lettera, il cui suono remoto, si ricordò, designava la sostanza intima degli esseri e delle cose.
Nelle opere di quest’anno, la pietra scelta, il calco di essa riportato nel bronzo, sono posti accanto alle immagini, a rinnovare il dialogo interno: le forme sottili attendono immobili in un silenzio d’ascolto, quasi partecipi delle stesse qualità del minerale, tese verso una ulteriore materia di meditazione.
La Bruna si trova ora ad osservare il mondo con sguardo affettuoso ma più contemplativo rispetto al decennio passato, e nel 1995 esegue “Trilogia di un evento”.
I tre elementi di cui l’opera è composta, seguono un ritmo calligrafico risultante in un equilibrio che origina dal divenire e dalla quiete significante insita nei fatti; la richiesta, a chi vi si ponga davanti, è di vivere e al contempo di osservare, in uno scindersi di forze e di istanti interiori, secondo una cosciente volontà di conoscere l’essenza dell’evento, annunciata con l’impeto inesorabile del naturale percepire.
Nella scelta della massima Agostiniana “In te, anima mia, misuro i tempi” egli continua l’aspetto meditativo della ricerca.
Il vuoto evocato dalla scultura invita ciascuno a iscrivervi le proprie azioni, e la forma unica e stante che lascia dietro a sé, quale riconosciuta memoria, caratteri di un paesaggio originario, accenni di alberi o di nuvole, che nel loro ergersi separati ci appaiono come ombre dello scisso albero della Vita e della Conoscenza, in un tempo remoto fuso in un unico tronco.
Anche nei titoli, con semplicità e chiarezza La Bruna testimonia i suoi itinerari di pensiero: “Verso Memorie Ancestrali” le componenti maschile e femminile della vita si mostrano estatiche a considerare l’idea di unità ritrovabile; un accordo che aiuti a vivere e a comprendere la catena degli istanti potendone cogliere la necessità e la bellezza.
Ma lo svolgimento di questa tensione poetica non intende indicare escatologiche illusioni, né abbaglianti ideali di assoluto; al contrario, nella loro informe e chiaroscurata mobilità, i bronzi di La Bruna sono proposte individuali e lievi che cedono alla vicenda biografica dell’uomo, tuttavia pronte a confrontarsi con il mondo, intuito oltre il manifestarsi sensibile dei fenomeni.
In questo fine millennio, superare le apparenti e pratiche certezze degli ultimi anni, disperso ogni modello estetico, parcellizzati i linguaggi e le scienze, aperte operative ampiezze telematiche, per molti, l’intento comunicativo delle opere con il pubblico non può essere rimandato, in quanto misura di una disposizione sincera e limpida con la personale materia di ricerca.
La rara capacità di Giuseppe La Bruna è di saper accompagnare i visitatori delle sue sculture in un percorso di quiete e di fiducia, dove a ciascuno è dato di poter riprendere il dialogo con il proprio temporaneo e inconosciuto presente.